Serve fare l’università per diventare imprenditori di successo?
Marco Massarotto su Twitter si fa questa domanda, citando come fonte anche questo link.
Provo a modellizzare la mia opinione. Il successo imprenditoriale finale è una funzione non lineare di input che non sono perfetti sostituti, e che potremmo elencare semplificando come A) mesi passati a studiare all’università B) inclinazione mentale e predisposizione derivanti da DNA C) educazione in famiglia e contesto D) vitalità della comunità e del venture capital locale + facilità di accesso al credito.
Inserendo anche l’elemento valore atteso della fortuna E[F] e un premoltiplicatore k, ci ritroviamo ad avere davanti un oggetto con questa forma:

La risposta easy è quindi che nessun fattore è fondamentale (università inclusa), ma che ogni fattore vicino allo zero deve essere compensato pesantemente da altri fattori. E quindi in realtà è più facile che diventi imprenditore di successo uno che un po’ di università se l’è fatta (può non averla finita, come i soliti casi noti).
Quello che però mi sembra interessante, e dopo qualche anno di economia ne sono davvero convinto, è che quello che ti serve per fare l’imprenditore all’università (nelle facoltà cioè di economia, legge o ingegneria gestionale) lo impari in pochissimi esami. Un anno basta e avanza. Quello che mi è servito del mio percorso, ad esempio, è: bilancio, matematica finanziaria, microeconomia. E un po’ di diritto.
Detto in altri termini. La u del modello sopra è piuttosto bassa. E quindi il fattore A (mesi passati all’università) ha rendimenti pesantemente decrescenti rispetto al risultato imprenditoriale finale.
Mio modesto parere. Poi magari mi dimostrerete che il grande salto di y lo si fa passando dal quinto al sesto dottorato!
Marco

Appunto preliminare le opinioni non si modellizzano, semmai si scrive un modello e a posteriori si “opinionizzano” i risultati.
Anyway, pongo la mia questione: “serve” essere golosi per decidere di comprare il gelato?
La decisione di comprare il gelato è una funzione non lineare di imput che non sono perfetti sostituti, e che potremmo elencare semplificando come:
A) golosità e predisposizione derivante da DNA del soggetto in analisi
M) mesi passati senza mangiare il gelato
C) colore delle scarpe dell’impiegata della gelateria
V) vitalità della comunità e del venture capital locale alias quante monetine c’ho in tasca
Inserendo anche il valore atteso della fortuna E(F) di trovare una gelateria vicina e un fattore premoltiplicatore “p” pulizia della paletta con cui viene servito il nostro gusto preferito ci ritroviamo davanti un oggetto con questa forma:
y= k A1/u M1/n C1/q V1/z + E(F)
La risposta easy è quindi che nessun fattore è fondamentale (colore delle scarpe della commessa incluso) ma che ogni fattore vicino allo zero deve essere compensato pesantemente da altri fattori. E quindi in realtà è più facile che vada a comprare il gelato uno un po’ goloso (….come i soliti casi noti)
Quello che però mi sembra interessante, è però che le facoltà di economia, legge o ingegneria gestionale non si chiamino “corso accelerato per diventare imprenditore di successo” perchè per quello forse bastano veramente pochissimi esami (…o anche solo una “cenetta” in compagnia di B.)
Detto in altri termini. La u del modello sopra è piuttosto ALTA (penso ti sia sbagliato a scrivere perchè se u fosse piuttosto bassa A peserebbe molto di più) e quindi il fattore A ha rendimenti pesantemente decrescenti rispetto a quanto sarà sporca di cioccolato la nostra bocca alla fine.
Mio modesto parere. poi magari mi dimostrerete che se la commessa ha le scarpe bicolor la nostra voglia di mettere tutta la faccia dentro al gelato aumenterà esponenzialmente!
cate
gennaio 23, 2012 alle 01:55
Mi hai fatto morire dalle risate. Se sei amica di Marco ti offro un gelato.
manlio
gennaio 28, 2012 alle 23:40
Lol, non solo è un’amica, ma la conosci pure!
Marco
gennaio 29, 2012 alle 12:21