Poteva andar peggio: poteva piovere

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Archive for the ‘Attualità’ Category

Sempre detto: mai fidarsi di ilmeteo.it !

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Ecco come sono uscito di casa questa mattina. Alessandro

Scritto da Alessandro

febbraio 1, 2012 alle 14:01

Pubblicato in Attualità

Lo sapevate? Rubo ai poveri per dare ai ricchi.

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Non ci avevo mai pensato in questi termini.

Un giornalista del Corriere intervistando Francesco Giavazzi dice Voi proponete anche la liberalizzazione delle rette accademiche.

Giavazzi risponde: “Oggi uno studente costa in media allo Stato italiano 7.000 euro l’anno, ma paga di tasse fra i 1.000 e i 2.000 euro. La differenza la mette, appunto, lo Stato: un trasferimento di denaro dai poveri ai ricchi”.

Vero, non ci avevo mai pensato. È anche vero, però, che i “ricchi” hanno pagato a monte più tasse sul reddito. È anche vero che si chiama università pubblica proprio per questo: offerta dallo Stato che in precedenza si è finanziato con imposte progressive come la carta costituzionale prevede. Bah, questione spinosa e spunto interessante, in ogni caso.

Marco

Scritto da Marco

gennaio 30, 2012 alle 10:41

Pubblicato in Attualità

Se una notte d’inverno Marco ha la febbre

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Oggi avevo quasi trentanove di febbre. Questa la missiva che ho ricevuto da Alessandro, amico, coautore di questo blog e lettore di Calvino (nel caso non si fosse capito). Marco

Chiudi il computer, sdraiati, bevi un the, stai per iniziare il nuovo libro di Italo Calvino. Forse ti stupirai di questo fatto, visto che Calvino è morto. Ma non devi, tranquillo, è solo un’allucinazione data dalla febbre. In realtà quello che stai leggendo è il nuovo libro di Federico Moccia “Ho voglia di the”, un dramma adolescenziale a base di the verde del Darjeeling. No, il vapore del tuo the ti confonde, non è nemmeno Moccia. Non sarà forse il nuovo giallo di Camilleri? “Tutti pazzi per Montalbano”. Sì, è certamente quello: un omicidio, un accento siculo che vibra nell’aria e quella tipica scrittura da vecchio fumatore. Ancora una volta, però, il fumo del tuo infuso ti annebbia la mente. Non stai odorando il fumo delle sigarette di Camilleri, no. Stai leggendo il nuovo malloppazzo (sic nel retro di copertina) di Dan Brown. Vedi congiure ovunque, pensi che il the che stai bevendo è in realtà il misterioso the dell’apocalisse portato dai Maya per distruggere il papa con una bomba atomica di ultima generazione che non era ancora stata inventata all’epoca dei Maya. Forse la persona che hai di fronte a te è Maria Maddalena? No, è tua madre, quindi non è Dan Brown quello che hai in mano.

Ma allora cos’è? Che sia davvero Italo Calvino? No, non può essere. Si, forse è lui, è solo rilegato in maniera diversa. Eh, quelli degli Oscar fanno il restyling. Ma che romanzo è? Ma è un romanzo? Ma quello che mi sta guardando allo specchio sono davvero io? Io, Marco De Rossi. Si, dai, con quei capelli ricci, gli occhi chiari. No, ma aspetta, i baffi io non li ho mai avuti, e quel monosopracciglio non mi è per niente familiare. Marco, davvero sei tu, guarda bene, dietro quel naso enorme, sei tu. Non ti ricordi? L’operazione al viso per assomigliare a Groucho? Ah già, sono io. Ma ne sei sicuro? Ma poi tu chi sei? Chi sono io? Io? Dovresti preoccuparti più del fatto che stai parlando da solo da circa una ventina di righe. Non importa chi sono, ma in questo momento sta andando il dvd di Matrix, quindi devi scegliere, pillola rossa o blu, non mi ricordo quale delle due fa dimenticare e quale no, ma tu provane una. No, non spegnere la tv. Non puoi spegnerla, lei ritorna sempre accesa. Domandati infatti chi l’abbia accesa. Sono stato forse io? No, e tu invece? Marco, Marco?

Ricominciamo da capo. Spegni il computer, sdraiati, bevi un caffè. Stai per cominciare il nuovo romanzo rosa di Lucia Annunziata. Ma lei è una giornalista. Bravo Marco, vedi che la febbre non ti ha ancora abbattuto del tutto. Ma, mi dispiace contraddirti, Lucia Annunziata in questo mondo ha scritto un romanzo rosa: “A me mi piace di qualidà”. In questo mondo? Si, Marco, in questo mondo. Nel tuo e nel mio mondo. Dove tutto può accadere. Benvenuto a Eurodisney, dove i sogni si avverano. No, scherzo, non sei a Disneyland. La realtà è molto peggiore! Già, perché sei allucinato, hai la febbre, vedi doppio e parli da solo da qualche minuto. Io sono qui, qui nella tua testa e tu dove sei, Marco?

Alessandro Cane

Scritto da Alessandro

gennaio 29, 2012 alle 22:31

Pubblicato in Attualità, Racconti

Serve fare l’università per diventare imprenditori di successo?

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Marco Massarotto su Twitter si fa questa domanda, citando come fonte anche questo link.

Provo a modellizzare la mia opinione. Il successo imprenditoriale finale è una funzione non lineare di input che non sono perfetti sostituti, e che potremmo elencare semplificando come A) mesi passati a studiare all’università B) inclinazione mentale e predisposizione derivanti da DNA C) educazione in famiglia e contesto D) vitalità della comunità e del venture capital locale + facilità di accesso al credito.

Inserendo anche l’elemento valore atteso della fortuna E[F] e un premoltiplicatore k, ci ritroviamo ad avere davanti un oggetto con questa forma:

La risposta easy è quindi che nessun fattore è fondamentale (università inclusa), ma che ogni fattore vicino allo zero deve essere compensato pesantemente da altri fattori. E quindi in realtà è più facile che diventi imprenditore di successo uno che un po’ di università se l’è fatta (può non averla finita, come i soliti casi noti).

Quello che però mi sembra interessante, e dopo qualche anno di economia ne sono davvero convinto, è che quello che ti serve per fare l’imprenditore all’università (nelle facoltà cioè di economia, legge o ingegneria gestionale) lo impari in pochissimi esami. Un anno basta e avanza. Quello che mi è servito del mio percorso, ad esempio, è: bilancio, matematica finanziaria, microeconomia. E un po’ di diritto.

Detto in altri termini. La u del modello sopra è piuttosto bassa. E quindi il fattore A (mesi passati all’università) ha rendimenti pesantemente decrescenti rispetto al risultato imprenditoriale finale.

Mio modesto parere. Poi magari mi dimostrerete che il grande salto di y lo si fa passando dal quinto al sesto dottorato!

Marco

Scritto da Marco

gennaio 17, 2012 alle 11:00

Pubblicato in Attualità

Scuola mia, rimani come sei

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È tipico di chi ha paura del cambiamento estremizzare in modo radicale le posizioni sullo stesso affinché sembrino ridicole. Come se il cambiamento dovesse trionfare a prescindere, senza una riflessione ponderata e una sperimentazione graduale. E il risultato della satira di queste persone spesso non fa nemmeno ridere:

Profumo devolverà la poltrona ministeriale a Renzo Bossi, che, istigato dal padre, imporrà l’obbligo del grembiule verde e della foto della Padania accanto al crocifisso.
Ogni aula sarà dotata di un grande schermo, così si potrà accendere la televisione a piacimento. [..]
Ogni alunno avrà sul banco un iPad di ultima generazione che interagirà col suo cellulare, i contenuti didattici saranno trasferiti sui cd. Così i genitori non si lamenteranno più del costo dei testi scolastici e investiranno i soldi risparmiati nei più esorbitanti modelli di telefonini che, ovviamente, potranno squillare indisturbati in classe. Chiunque verrà avvistato con un libro in mano, fosse anche un classico o un pezzo d’epoca, riceverà immediatamente due giorni di sospensione. La figura dell’educatore sarà alternata, alle medie e alle superiori, da quella del neoprofessore. I neoprofessori dovranno superare un test di bellezza e giovinezza, non potranno avere più di ventinove anni, quelli coi capelli biondi acquisiranno due punti in più in graduatoria. [..]
Qui il resto (da Carmilla).

Update: qui Mantellini racconta in due parole il progetto “Scuola in chiaro”, voluto dal nuovo Ministro, realizzato con grande celerità, e online dal 12 gennaio. Un servizio di informazione (non formazione) che andava fatto già dieci anni fa.

Marco

Scritto da Marco

gennaio 3, 2012 alle 14:48

Pubblicato in Attualità

Tanto rumore per nulla. Brunetta.

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Proprio mentre il ministro della PA stava facendo le valigie assieme al governo di cui ha fatto parte, la Ragioneria Generale pubblicava il Conto Annuale 2010. Come ogni anno posso quindi aggiornare il monitoraggio delle assenze dei dipendenti pubblici sulla base dei dati ufficiali di tutte le amministrazioni pubbliche (tutte le puntate precedenti della saga sono recuperabili dal post dell’anno scorso). Risultato: sul fronte della riduzione delle assenze dei dipendenti pubblici il ministro Brunetta lascia la PA esattamente come l’ha trovata, checché ne dicano le sue indagini.

Fonte: NoiseFromAmerika.

Marco

Scritto da Marco

novembre 15, 2011 alle 14:13

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La scuola e la mente

con 6 commenti

 

Ecco una cosa che ho scritto sulla direzione che la scuola, ragionevolmente, potrebbe o dovrebbe prendere. Aspetto i vostri commenti. La seconda parte a qualcuno è sembrata un déjà vu del modello sessantottino “meno nozioni, più capacità critica”. Non sono d’accordo: la prima parte (quella delle interfacce uomo-macchina), è integrante e non può essere tralasciata. Marco

Gran parte di quello che ci succede quando siamo a scuola avviene nel nostro cervello, incluso quello che viene insegnato nell’ora di educazione fisica. Non possiamo quindi parlare di come cambierà la scuola senza discutere di come ci relazioniamo con il contesto attorno a noi e come questo già sta cambiando la nostra attività mentale.

Avere accesso in ogni momento e in ogni luogo a enormi reti di dati (i media digitali) e di persone (le tecnologie sociale), insieme a un perenne bombardamento di informazioni, cambia la nostra inclinazione a distribuire attenzione, comprensione e abilità connettiva tra le informazioni stesse. Non sappiamo se Google ci stia davvero rendendo stupidi – cosa vuol dire “stupidi”, tra l’altro? – ma sicuramente qualcosa sta cambiando.

A. Se si modifica l’attività mentale tipica, cambia anche la scuola.
B. L’attività mentale tipica sta cambiando in gran parte a causa dell’interazione con sistemi digitali di gestione e connessione di informazioni e persone che d’ora in poi riassumeremo come intelligenza artificiale, anche nel caso ad esempio dell’Internet mobile, in cui di intelligenza ce n’è ben poca.
(ne consegue) C. Determinare i cambiamenti nella scuola significa in gran parte studiare l’interazione tra attività mentale e intelligenza artificiale.

Iniziamo dalle differenze di funzionamento. La robo-psicologa dei libri di Isaac Asimov, e cioè Susan Calvin, diceva: “Uomini e robot sono diversissimi: i robot sono fondamentalmente onesti”. Come a dire: se sei un uomo onesto, forse in realtà sei un robot!

La differenza è un’altra. Anche se un MacBook Air vi sembrerà molto più elegante e sexy di molte delle persone in circolazione, in realtà l’attività mentale è fondamentalmente lenta ma elegante. L’intelligenza artificiale, anche tenendo conto del progresso delle rete neurali, è invece veloce ma goffa. Jeff Hawkins, nel suo “On intelligence”, spiega che un uomo riconosce un gatto in una fotografia in poco meno di un secondo. Un computer, se ci riesce, può impiegare da alcuni minuti a molte ore, perché dopo aver estrapolato alcune regole dall’immagine del gatto, le paragona con le regole estrapolate dalle milioni di immagini che ha in memoria.

L’intelligenza artificiale – a partire dal primo disegno teorico, che è la macchina di Turing – non fa altro che applicare operazioni binarie a informazioni memorizzate in forma binaria (in questo testo si parla solamente di macchine deterministiche. Altri orizzonti non sono qui contemplati).

La neocorteccia del nostro cervello invece, sostiene Hawkins, svolge operazioni diverse:

  • Memorizza sequenze di pattern, e cioè di schemi rappresentativi di cose percepite o pensate.
  • Memorizza questi pattern in una forma invariante, e cioè con un livello di astrazione. Per capirci: il pattern di una vostra amica rimane lo stesso anche se un giorno si taglia i capelli o ha le occhiaie.
  • Genera una gerarchia tra queste sequenze di pattern (i pattern di come la luce colpisce un volto sono a un livello più basso rispetto ai pattern astratti che descrivono i volti in generale).
  • Riesce a richiamare in modo auto-associativo i pattern pertinenti a quello considerato.

Ed è proprio questa funziona di auto-associatività che all’intelligenza artificiale manca del tutto.

Per riconoscere quel gatto un computer non solo ci mette molti minuti, ma effettua miliardi di operazioni. L’uomo, in quel secondo che gli è necessario, scomoda una catena di soltanto cento neuroni, proprio grazie alle funzioni della corteccia appena elencate.
Per questo siamo eleganti: perché svolgiamo uno stessa operazione in meno passaggi. Qualcuno avrebbe detto che il computer è leggero come una piuma – e cioè per una questione meramente fisica e materiale di circuiti stampati che eseguono operazioni meccaniche in modo molto veloce. Noi invece siamo leggeri come un uccello – e cioè per il metodo risolutivo che usiamo.
Riassuemendo: l’attività mentale è particolarmente efficace per effettuare associazioni (incluse quelle che chiamiamo “creative”), stabilire gerarchie di importanza e interrogare la nostra memoria in modo molto performante. L’intelligenza artificiale è ottima per immagazzinare enormi quantità di dati in poco tempo e per effettuare calcoli velocemente.

Abbiamo detto che i cambiamenti nella scuola dipenderanno in gran parte da come si evolverà l’interazione tra attività mentale e intelligenza artificiale. Ora che abbiamo descritto entrambe in modo molto astratto e semplificato, passiamo all’interazione vera e propria. Tutto questo consapevoli di un fatto: l’evoluzionismo ci suggerisce che, sul lungo periodo, è verosimile pensare che ognuno dei due sistemi (cervello e intelligenza artificiale), nell’interazione, contribuisca con la cosa che più sa fare meglio, affinché l’interazione complessiva sia più efficace e produttiva per la specie.

Ora: pensiamo a un ragazzo che deve rispondere alla domanda “Qual è la data di morte di Napoleone?”. Definiamo inoltre
tn(a)=tempo naturale di accesso a un’informazione contenuta nel cervello nell’anno solare a
ta(a)=tempo che il cervello impiega per accedere a un’informazione

Sia tn sia ta sono funzioni decrescenti di a, perché con il passare degli anni (e dei millenni) diminuisce il tempo necessario per recuperare informazioni sia dal proprio cervello (evoluzione della specie) sia da sistemi digitali (progresso tecnologico).
Sappiamo che ci vogliono millenni per vedere anche solo piccoli cambiamenti nella conformazione fisica di una specie, quindi per semplicità ipotizzeremo che tn(a) sia costante e pari a tn*.

La velocità con cui il cervello accede a un’informazione contenuta su sistemi digitali invece varia molto velocemente. All’inizio del 2000 (a = 2000) per rispondere alla domanda su Napoleone usando sistemi digitali sarei dovuto tornare da scuola a casa (circa 50 minuti), accendere il computer, inserire il CD di una qualche enciclopedia, e aprire la voce “Napoleone”. Tempo totale: un’ora. Dieci anni fa è nata Wikipedia. Otto anni fa nella mia scuola superiore hanno connesso tutti i computer a Internet. Il tempo è sceso a 15 minuti. Da quattro anni ho uno smartphone sempre collegato a Internet. La connessione va sempre più veloce. Due anni fa ci avrei messo 2 minuti. Adesso un minuto.
Se ipotizziamo che nel mio cervello sia già memorizzata la risposta “5 maggio 1821”, un minuto è un tempo enorme, visto che la mia mente recupera quell’informazione in meno di un secondo.

Due punti sono però fondamentali. Da una parte la quantità di dati a cui si può accedere attraverso la Rete è infinitamente più grande di quella contenuta in un solo cervello, anche solo per il banale motivo che la Rete mi connette a centinaia di milioni di altri cervelli.
Non solo: guardando i numeri sopra, si vede facilmente che ta(a) sta scendendo molto velocemente.

Il prossimo passaggio per trovare la risposta a “Quando è morto Napoleone?” è non usare più le dita per toccare lo schermo dello smartphone, avvalendosi piuttosto di interfacce uomo-macchina. Siamo ancora lontani, ma si stanno facendo passi da gigante.
Un neurone, dice Jeff Hawkins, impiega 5 millisecondi per resettarsi. Tantissimo! Un ritmo che la parte artificiale dell’interfaccia uomo-macchina non avrebbe alcun problema a sostenere.
Insomma, con il passare del tempo (a -> infinito) è verosimile pensare che ta(a) converga verso tn*.
Anzi, qualcuno potrebbe molto fantasiosamente sostenere che quando ta(a) è molto vicino a tn, tn non sia più costante ma possa essere stimolato ad aumentare per stare al passo del flusso di dati digitale, portando quindi sia ta(a) sia tn(a) a divergere insieme – molto lentamente – verso l’infinito.

Quanto appena detto è solo verosimile. È invece certo che, qualora davvero ta(a) convergesse a tn(a), non ci sarebbe nessun motivo logico per cui, potendo accedere alla data di morte di Napoleone via Internet in poco più di quanto impiegherei per reperirla dal cervello, io debba impararlo a memoria.
Diventerebbe semplicemente illogico e inefficace memorizzare nel nostro cervello dati per i quali il fatto che siano immagazzinati nel nostro cervello e non in una cloud esterna non comporti alcun valore aggiunto.

Potrà apparire triste e alienante. Probabilmente lo è. Ma non è forse altrettanto mortificante affidarsi alla scrittura invece che alla memoria? Questo almeno era quello che Platone faceva dire a Socrate nel Fedro.
La possibilità di accedere a qualsiasi informazione potrebbe spaventare. Il protagonista del racconto “Funes o della memoria” di J.L. Borges, potendo ricordare ogni dettaglio di ogni esperienza, non riesce più a vivere perché per pensare agli eventi di una giornata impiega un’intera giornata di tempo. Ma sarebbe molto diverso. Qui si parla di attività mentale che può accedere ad ogni informazione, anche senza averla immagazzinata nella memoria come invece fa Funes.
Tutto questo non è fantascienza. È solamente la descrizione di un trend già in atto. Il nostro crescente comportamento multi-tasking, la frammentazione delle unità concettuali, l’abitudine ad avere sempre più fonti di input (giornali, radio, Internet, amici su Facebook), la tendenza a distribuire meno attenzione su più cose e il bombardamento di informazione sono solo i primi sintomi visibili di questo trend.

Come può nel frattempo cambiare la scuola? Innanzitutto non ha senso continuare a puntare su ciò che l’intelligenza artificiale fa meglio di noi. Abbandoniamo quella nave e concentriamoci su ciò che facciamo meglio. Io penso, e spero, che domani sarà scuola qualsiasi cosa affini la nostra potenza associativa migliorando la nostra capacità di connettere concetti e relazionarci con le altre persone, rendendoci quindi cittadini migliori.
Certo: è fondamentale insegnare a fare moltiplicazione e divisioni. Ma non solo: ci sono concetti matematici molto più affascinanti e alla portata di un bambino di undici anni. H.M.Enzensberger dice che insegnare la matematica parlando di tabelline è come insegnare ad apprezzare la musica insegnando le scale musicali. Quelle vengono dopo: prima bisogna imparare ad amare Mahler o Elvis. La scuola dovrebbe insegnare ad amare e connettere concetti. È sulla capacità auto-associativa dei pattern che dobbiamo concentrarci quando pensiamo alla scuola di domani.

Un bambino di undici anni è perfettamente in grado di capire l’intuizione matematica di questioni incredibilmente affascinanti come il teorema centrale del limite, il mistero dei numeri primi e dei paesaggi di Riemann, il concetto di limite. Poco più grande potrebbe apprezzare l’ultimo Teorema di Fermat. A quel punto sarebbe talmente innamorato della matematica, che le tabelline le imparerebbe in un attimo.

La scuola dovrebbe insegnare ad amare e connettere concetti. Nella gran parte delle scuole superiori italiane si legge sia Buzzati sia Kafka. È rarissimo che però li confrontino. È un’eresia, ed è solo uno di tanti esempi! Ogni occasione di comparazione persa è un’occasione persa di sviluppo del proprio senso critico, e cioè della propria capacità connettiva.

Alle scuole superiori ho studiato sia filosofia, sia matematica. Di Kurt Gödel, che con i teoremi di incompletezza del 1931 ha cambiato per sempre la storia del nostro pensiero, non ho mai sentito parlare. E non perché il suo lavoro non possa essere spiegato in modo accessibile: semplicemente perché era un logico, e il suo contributo è a metà tra filosofia e matematica. E quindi, non essendoci l’ora di “logica”, viene scartato. Tutto questo a scapito della connessione fra concetti: Gödel stesso ad esempio, dato che molto doveva alla Ragion Pura di Kant, scrisse proprio di essersi “concentrato su appropriate nozioni filosofiche tradizionali, ed aver aggiunto eventualmente un pizzico di precisione”.

Questa è esattamente la scuola che non vorrei. Una scuola che nonostante gli enormi sforzi, continua prevalentemente a dividere in compartimenti stagni invece che ragionare in modo associativo. Una scuola che nonostante gli enormi sforzi, è ancora eccessivamente ancorata al lavoro mnemonico.
Il fatto che la scuola non sia ancora al passo con questo trend ha lasciato enorme spazio all’apprendimento informale e sociale, da cui un nuovo modello di scuola non può prescindere.

L’antropologa giapponese Mizuko Ito, in “New Media and Its Superpowers: Learning, Post Pokemon”, racconta di come i bambini – destinatari spesso di giochi e racconti semplificati – si siano innamorati di giochi complessi di carte come quello di Pokémon. Stiamo parlando di un gioco con molte centinaia di Pokémon diversi, ognuno con determinate regole, abilità, poteri e caratteristiche. Non solo: la Ito lo chiama interest-driven learning. Il buon vecchio “imparare divertendosi”, ma applicato a un gioco sociale complesso come quello dei Pokémon e del relativo mercato di scambio delle carte. Un bambino di undici anni impara enormemente da questo!

La scuola dovrebbe insegnare ad amare e connettere concetti. Se spiegate nel modo giusto la logica dietro alla strategia militare di Annibale nella battaglia di Canne a un bambino di undici anni, guarderà la storia antica con altri occhi. Non bisogna descrivere la battaglia: bisogna dare quelle informazioni grazie alle quali il bambino stesso possa, con meccanismi critici creativi e associativi, comprendere autonomamente la ratio dietro alla strategia di Annibale, magari confutandola.

Tornando all’apprendimento informale, un ultimo esempio: mio fratello – diciott’anni – dopo aver studiato a scuola con non so quali risultati, sia in letteratura sia in storia, la Firenze di Machiavelli, adesso è diventato un esperto sull’argomento grazie al videogioco Assassin’s Creed, che riproduce in modo quasi maniacale le vicende e i dettagli storici.

Ora: io non so assolutamente come la scuola possa migliorare grazie, ad esempio, ad Assassin’s Creed. Credo però che nel 2011 avere coscienza di questi fenomeni sia requisito necessario non solo per i tecnici del Ministero dell’Istruzione, ma anche per il loro Ministro.

Bisogna sconfiggere l’immobilismo dei signor “Avrei preferenza di no”, oppure di chi continua a sottovalutare il problema dei sistemi di istruzione dicendo “La situazione è grave ma non seria” e iniziare a sperimentare in tutte le direzioni che si ritengono intelligenti, traendo da ogni esperimento i dovuti insegnamenti. Su Oilproject, la piccola scuola online di cui sono fondatore, in questi giorni pubblicheremo il primo videocorso di Letteratura Italiana gratuito e online, con possibilità di fare domande e inviare la propria lezione. È un minuscolo esperimento. Un primo passo. Muoviamoci, muovetevi. “Siate realisti, pensate l’impossibile”. Come non detto: pensate quello che vi pare, ma fate qualcosa!

Marco De Rossi

Scritto da Marco

ottobre 16, 2011 alle 16:46

Pubblicato in Attualità

“Brutto vomitevole idiota fascista”. Gaetano Saya alla Zanzara

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Gaetano Saya, leader del MSI, racconta a Cruciani e Parenzo (La Zanzara) che, dopo aver fatto un accordo con Domenico Scilipoti, presto incontrerà Silvio Berlusconi. Sperando, tra poco, di entrare in Parlamento.

Tra le varie cose, Saya sostiene di avere il 14% dell’elettorato. Ecco l’audio:

Marco

Scritto da Marco

ottobre 4, 2011 alle 13:48

Pubblicato in Attualità

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