Poteva andar peggio: poteva piovere

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Tanto rumore per nulla. Brunetta.

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Proprio mentre il ministro della PA stava facendo le valigie assieme al governo di cui ha fatto parte, la Ragioneria Generale pubblicava il Conto Annuale 2010. Come ogni anno posso quindi aggiornare il monitoraggio delle assenze dei dipendenti pubblici sulla base dei dati ufficiali di tutte le amministrazioni pubbliche (tutte le puntate precedenti della saga sono recuperabili dal post dell’anno scorso). Risultato: sul fronte della riduzione delle assenze dei dipendenti pubblici il ministro Brunetta lascia la PA esattamente come l’ha trovata, checché ne dicano le sue indagini.

Fonte: NoiseFromAmerika.

Marco

Written by Marco

novembre 15, 2011 at 14:13

Pubblicato su Attualità

La scuola e la mente

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Ecco una cosa che ho scritto sulla direzione che la scuola, ragionevolmente, potrebbe o dovrebbe prendere. Aspetto i vostri commenti. La seconda parte a qualcuno è sembrata un déjà vu del modello sessantottino “meno nozioni, più capacità critica”. Non sono d’accordo: la prima parte (quella delle interfacce uomo-macchina), è integrante e non può essere tralasciata. Marco

Gran parte di quello che ci succede quando siamo a scuola avviene nel nostro cervello, incluso quello che viene insegnato nell’ora di educazione fisica. Non possiamo quindi parlare di come cambierà la scuola senza discutere di come ci relazioniamo con il contesto attorno a noi e come questo già sta cambiando la nostra attività mentale.

Avere accesso in ogni momento e in ogni luogo a enormi reti di dati (i media digitali) e di persone (le tecnologie sociale), insieme a un perenne bombardamento di informazioni, cambia la nostra inclinazione a distribuire attenzione, comprensione e abilità connettiva tra le informazioni stesse. Non sappiamo se Google ci stia davvero rendendo stupidi – cosa vuol dire “stupidi”, tra l’altro? – ma sicuramente qualcosa sta cambiando.

A. Se si modifica l’attività mentale tipica, cambia anche la scuola.
B. L’attività mentale tipica sta cambiando in gran parte a causa dell’interazione con sistemi digitali di gestione e connessione di informazioni e persone che d’ora in poi riassumeremo come intelligenza artificiale, anche nel caso ad esempio dell’Internet mobile, in cui di intelligenza ce n’è ben poca.
(ne consegue) C. Determinare i cambiamenti nella scuola significa in gran parte studiare l’interazione tra attività mentale e intelligenza artificiale.

Iniziamo dalle differenze di funzionamento. La robo-psicologa dei libri di Isaac Asimov, e cioè Susan Calvin, diceva: “Uomini e robot sono diversissimi: i robot sono fondamentalmente onesti”. Come a dire: se sei un uomo onesto, forse in realtà sei un robot!

La differenza è un’altra. Anche se un MacBook Air vi sembrerà molto più elegante e sexy di molte delle persone in circolazione, in realtà l’attività mentale è fondamentalmente lenta ma elegante. L’intelligenza artificiale, anche tenendo conto del progresso delle rete neurali, è invece veloce ma goffa. Jeff Hawkins, nel suo “On intelligence”, spiega che un uomo riconosce un gatto in una fotografia in poco meno di un secondo. Un computer, se ci riesce, può impiegare da alcuni minuti a molte ore, perché dopo aver estrapolato alcune regole dall’immagine del gatto, le paragona con le regole estrapolate dalle milioni di immagini che ha in memoria.

L’intelligenza artificiale – a partire dal primo disegno teorico, che è la macchina di Turing – non fa altro che applicare operazioni binarie a informazioni memorizzate in forma binaria (in questo testo si parla solamente di macchine deterministiche. Altri orizzonti non sono qui contemplati).

La neocorteccia del nostro cervello invece, sostiene Hawkins, svolge operazioni diverse:

  • Memorizza sequenze di pattern, e cioè di schemi rappresentativi di cose percepite o pensate.
  • Memorizza questi pattern in una forma invariante, e cioè con un livello di astrazione. Per capirci: il pattern di una vostra amica rimane lo stesso anche se un giorno si taglia i capelli o ha le occhiaie.
  • Genera una gerarchia tra queste sequenze di pattern (i pattern di come la luce colpisce un volto sono a un livello più basso rispetto ai pattern astratti che descrivono i volti in generale).
  • Riesce a richiamare in modo auto-associativo i pattern pertinenti a quello considerato.

Ed è proprio questa funziona di auto-associatività che all’intelligenza artificiale manca del tutto.

Per riconoscere quel gatto un computer non solo ci mette molti minuti, ma effettua miliardi di operazioni. L’uomo, in quel secondo che gli è necessario, scomoda una catena di soltanto cento neuroni, proprio grazie alle funzioni della corteccia appena elencate.
Per questo siamo eleganti: perché svolgiamo uno stessa operazione in meno passaggi. Qualcuno avrebbe detto che il computer è leggero come una piuma – e cioè per una questione meramente fisica e materiale di circuiti stampati che eseguono operazioni meccaniche in modo molto veloce. Noi invece siamo leggeri come un uccello – e cioè per il metodo risolutivo che usiamo.
Riassuemendo: l’attività mentale è particolarmente efficace per effettuare associazioni (incluse quelle che chiamiamo “creative”), stabilire gerarchie di importanza e interrogare la nostra memoria in modo molto performante. L’intelligenza artificiale è ottima per immagazzinare enormi quantità di dati in poco tempo e per effettuare calcoli velocemente.

Abbiamo detto che i cambiamenti nella scuola dipenderanno in gran parte da come si evolverà l’interazione tra attività mentale e intelligenza artificiale. Ora che abbiamo descritto entrambe in modo molto astratto e semplificato, passiamo all’interazione vera e propria. Tutto questo consapevoli di un fatto: l’evoluzionismo ci suggerisce che, sul lungo periodo, è verosimile pensare che ognuno dei due sistemi (cervello e intelligenza artificiale), nell’interazione, contribuisca con la cosa che più sa fare meglio, affinché l’interazione complessiva sia più efficace e produttiva per la specie.

Ora: pensiamo a un ragazzo che deve rispondere alla domanda “Qual è la data di morte di Napoleone?”. Definiamo inoltre
tn(a)=tempo naturale di accesso a un’informazione contenuta nel cervello nell’anno solare a
ta(a)=tempo che il cervello impiega per accedere a un’informazione

Sia tn sia ta sono funzioni decrescenti di a, perché con il passare degli anni (e dei millenni) diminuisce il tempo necessario per recuperare informazioni sia dal proprio cervello (evoluzione della specie) sia da sistemi digitali (progresso tecnologico).
Sappiamo che ci vogliono millenni per vedere anche solo piccoli cambiamenti nella conformazione fisica di una specie, quindi per semplicità ipotizzeremo che tn(a) sia costante e pari a tn*.

La velocità con cui il cervello accede a un’informazione contenuta su sistemi digitali invece varia molto velocemente. All’inizio del 2000 (a = 2000) per rispondere alla domanda su Napoleone usando sistemi digitali sarei dovuto tornare da scuola a casa (circa 50 minuti), accendere il computer, inserire il CD di una qualche enciclopedia, e aprire la voce “Napoleone”. Tempo totale: un’ora. Dieci anni fa è nata Wikipedia. Otto anni fa nella mia scuola superiore hanno connesso tutti i computer a Internet. Il tempo è sceso a 15 minuti. Da quattro anni ho uno smartphone sempre collegato a Internet. La connessione va sempre più veloce. Due anni fa ci avrei messo 2 minuti. Adesso un minuto.
Se ipotizziamo che nel mio cervello sia già memorizzata la risposta “5 maggio 1821”, un minuto è un tempo enorme, visto che la mia mente recupera quell’informazione in meno di un secondo.

Due punti sono però fondamentali. Da una parte la quantità di dati a cui si può accedere attraverso la Rete è infinitamente più grande di quella contenuta in un solo cervello, anche solo per il banale motivo che la Rete mi connette a centinaia di milioni di altri cervelli.
Non solo: guardando i numeri sopra, si vede facilmente che ta(a) sta scendendo molto velocemente.

Il prossimo passaggio per trovare la risposta a “Quando è morto Napoleone?” è non usare più le dita per toccare lo schermo dello smartphone, avvalendosi piuttosto di interfacce uomo-macchina. Siamo ancora lontani, ma si stanno facendo passi da gigante.
Un neurone, dice Jeff Hawkins, impiega 5 millisecondi per resettarsi. Tantissimo! Un ritmo che la parte artificiale dell’interfaccia uomo-macchina non avrebbe alcun problema a sostenere.
Insomma, con il passare del tempo (a -> infinito) è verosimile pensare che ta(a) converga verso tn*.
Anzi, qualcuno potrebbe molto fantasiosamente sostenere che quando ta(a) è molto vicino a tn, tn non sia più costante ma possa essere stimolato ad aumentare per stare al passo del flusso di dati digitale, portando quindi sia ta(a) sia tn(a) a divergere insieme – molto lentamente – verso l’infinito.

Quanto appena detto è solo verosimile. È invece certo che, qualora davvero ta(a) convergesse a tn(a), non ci sarebbe nessun motivo logico per cui, potendo accedere alla data di morte di Napoleone via Internet in poco più di quanto impiegherei per reperirla dal cervello, io debba impararlo a memoria.
Diventerebbe semplicemente illogico e inefficace memorizzare nel nostro cervello dati per i quali il fatto che siano immagazzinati nel nostro cervello e non in una cloud esterna non comporti alcun valore aggiunto.

Potrà apparire triste e alienante. Probabilmente lo è. Ma non è forse altrettanto mortificante affidarsi alla scrittura invece che alla memoria? Questo almeno era quello che Platone faceva dire a Socrate nel Fedro.
La possibilità di accedere a qualsiasi informazione potrebbe spaventare. Il protagonista del racconto “Funes o della memoria” di J.L. Borges, potendo ricordare ogni dettaglio di ogni esperienza, non riesce più a vivere perché per pensare agli eventi di una giornata impiega un’intera giornata di tempo. Ma sarebbe molto diverso. Qui si parla di attività mentale che può accedere ad ogni informazione, anche senza averla immagazzinata nella memoria come invece fa Funes.
Tutto questo non è fantascienza. È solamente la descrizione di un trend già in atto. Il nostro crescente comportamento multi-tasking, la frammentazione delle unità concettuali, l’abitudine ad avere sempre più fonti di input (giornali, radio, Internet, amici su Facebook), la tendenza a distribuire meno attenzione su più cose e il bombardamento di informazione sono solo i primi sintomi visibili di questo trend.

Come può nel frattempo cambiare la scuola? Innanzitutto non ha senso continuare a puntare su ciò che l’intelligenza artificiale fa meglio di noi. Abbandoniamo quella nave e concentriamoci su ciò che facciamo meglio. Io penso, e spero, che domani sarà scuola qualsiasi cosa affini la nostra potenza associativa migliorando la nostra capacità di connettere concetti e relazionarci con le altre persone, rendendoci quindi cittadini migliori.
Certo: è fondamentale insegnare a fare moltiplicazione e divisioni. Ma non solo: ci sono concetti matematici molto più affascinanti e alla portata di un bambino di undici anni. H.M.Enzensberger dice che insegnare la matematica parlando di tabelline è come insegnare ad apprezzare la musica insegnando le scale musicali. Quelle vengono dopo: prima bisogna imparare ad amare Mahler o Elvis. La scuola dovrebbe insegnare ad amare e connettere concetti. È sulla capacità auto-associativa dei pattern che dobbiamo concentrarci quando pensiamo alla scuola di domani.

Un bambino di undici anni è perfettamente in grado di capire l’intuizione matematica di questioni incredibilmente affascinanti come il teorema centrale del limite, il mistero dei numeri primi e dei paesaggi di Riemann, il concetto di limite. Poco più grande potrebbe apprezzare l’ultimo Teorema di Fermat. A quel punto sarebbe talmente innamorato della matematica, che le tabelline le imparerebbe in un attimo.

La scuola dovrebbe insegnare ad amare e connettere concetti. Nella gran parte delle scuole superiori italiane si legge sia Buzzati sia Kafka. È rarissimo che però li confrontino. È un’eresia, ed è solo uno di tanti esempi! Ogni occasione di comparazione persa è un’occasione persa di sviluppo del proprio senso critico, e cioè della propria capacità connettiva.

Alle scuole superiori ho studiato sia filosofia, sia matematica. Di Kurt Gödel, che con i teoremi di incompletezza del 1931 ha cambiato per sempre la storia del nostro pensiero, non ho mai sentito parlare. E non perché il suo lavoro non possa essere spiegato in modo accessibile: semplicemente perché era un logico, e il suo contributo è a metà tra filosofia e matematica. E quindi, non essendoci l’ora di “logica”, viene scartato. Tutto questo a scapito della connessione fra concetti: Gödel stesso ad esempio, dato che molto doveva alla Ragion Pura di Kant, scrisse proprio di essersi “concentrato su appropriate nozioni filosofiche tradizionali, ed aver aggiunto eventualmente un pizzico di precisione”.

Questa è esattamente la scuola che non vorrei. Una scuola che nonostante gli enormi sforzi, continua prevalentemente a dividere in compartimenti stagni invece che ragionare in modo associativo. Una scuola che nonostante gli enormi sforzi, è ancora eccessivamente ancorata al lavoro mnemonico.
Il fatto che la scuola non sia ancora al passo con questo trend ha lasciato enorme spazio all’apprendimento informale e sociale, da cui un nuovo modello di scuola non può prescindere.

L’antropologa giapponese Mizuko Ito, in “New Media and Its Superpowers: Learning, Post Pokemon”, racconta di come i bambini – destinatari spesso di giochi e racconti semplificati – si siano innamorati di giochi complessi di carte come quello di Pokémon. Stiamo parlando di un gioco con molte centinaia di Pokémon diversi, ognuno con determinate regole, abilità, poteri e caratteristiche. Non solo: la Ito lo chiama interest-driven learning. Il buon vecchio “imparare divertendosi”, ma applicato a un gioco sociale complesso come quello dei Pokémon e del relativo mercato di scambio delle carte. Un bambino di undici anni impara enormemente da questo!

La scuola dovrebbe insegnare ad amare e connettere concetti. Se spiegate nel modo giusto la logica dietro alla strategia militare di Annibale nella battaglia di Canne a un bambino di undici anni, guarderà la storia antica con altri occhi. Non bisogna descrivere la battaglia: bisogna dare quelle informazioni grazie alle quali il bambino stesso possa, con meccanismi critici creativi e associativi, comprendere autonomamente la ratio dietro alla strategia di Annibale, magari confutandola.

Tornando all’apprendimento informale, un ultimo esempio: mio fratello – diciott’anni – dopo aver studiato a scuola con non so quali risultati, sia in letteratura sia in storia, la Firenze di Machiavelli, adesso è diventato un esperto sull’argomento grazie al videogioco Assassin’s Creed, che riproduce in modo quasi maniacale le vicende e i dettagli storici.

Ora: io non so assolutamente come la scuola possa migliorare grazie, ad esempio, ad Assassin’s Creed. Credo però che nel 2011 avere coscienza di questi fenomeni sia requisito necessario non solo per i tecnici del Ministero dell’Istruzione, ma anche per il loro Ministro.

Bisogna sconfiggere l’immobilismo dei signor “Avrei preferenza di no”, oppure di chi continua a sottovalutare il problema dei sistemi di istruzione dicendo “La situazione è grave ma non seria” e iniziare a sperimentare in tutte le direzioni che si ritengono intelligenti, traendo da ogni esperimento i dovuti insegnamenti. Su Oilproject, la piccola scuola online di cui sono fondatore, in questi giorni pubblicheremo il primo videocorso di Letteratura Italiana gratuito e online, con possibilità di fare domande e inviare la propria lezione. È un minuscolo esperimento. Un primo passo. Muoviamoci, muovetevi. “Siate realisti, pensate l’impossibile”. Come non detto: pensate quello che vi pare, ma fate qualcosa!

Marco De Rossi

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ottobre 16, 2011 at 16:46

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“Brutto vomitevole idiota fascista”. Gaetano Saya alla Zanzara

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Gaetano Saya, leader del MSI, racconta a Cruciani e Parenzo (La Zanzara) che, dopo aver fatto un accordo con Domenico Scilipoti, presto incontrerà Silvio Berlusconi. Sperando, tra poco, di entrare in Parlamento.

Tra le varie cose, Saya sostiene di avere il 14% dell’elettorato. Ecco l’audio:

Marco

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ottobre 4, 2011 at 13:48

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The best FUFFA this summer

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L’articolo più fuffa dell’estate? “L’America è su un aereo per Roma” di Vincenzo Cerami. Un estratto:

Il taxi è bloccato in mezzo agli americani che sbraitano. Dallo specchio retrovisore ammiro, lontano, alle mie spalle i grattacieli di Manhattan: troppo alti. Non vedo l’ora di entrare in aereo, sedermi e allacciare la cintura, e già mi sentirei in Italia. Ho fatto a tempo per un pelo, anche per merito dell’Alitalia che ha aspettato i viaggiatori coinvolti nell’incidente. E mi si è aperto il cuore ascoltando la lingua italiana della hostess che comunicava la fine dello sciopero.

In attesa dell’accensione dei motori ho chiuso gli occhi lasciando la mente andare a caso. Pensando ai nostri poeti civili, che hanno inveito con furia contro le brutture dell’Italia, mi sento fiero di essere italiano: solo l’amore può scatenare tanta rabbia. Ho pensato a Garibaldi e a Michelangelo, ma anche alla mozzarella in carrozza e alla panzanella. Ero felice di essere italiano, malgrado tutto. Lasciavo New York dov’ero stato infruttuosamente per quasi un mese. E ho scoperto che combinare un bel niente in Italia è più divertente che combinare un bel niente all’estero.

Marco

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agosto 20, 2011 at 23:18

Questo cane è la reincarnazione di un avvocato miscredente

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In questi giorni: cose trovate in giro.

Autogol / 1. Internet è brutta e puzza pure. Ieri Valentini su Repubblica. Ne parla Mantellini.

Editoria. “Dieci modi quasi sicuri per far sì che Giulio Mozzi non legga il vostro romanzo”. Divertente. Per aspiranti scrittori (cioè pressoché la totalità della popolazione).

Autogol / 2. Alessandro Aresu vi racconta “Come il centrosinistra può ancora perdere le elezioni”.

Altan. Vignette che ti migliorano la giornata:

Internet. Quanto è figo Lawrence Lessig? Guardate come ha usato le slide nel suo intervento al G8 su Internet del mese scorso.

Grecia. “Cinque miti da sfatare sulla crisi greca”. Un’opera pia di divulgazione economica. Da linkare ai vostri amici.

Rabbini. Non voglio verificare questa notizia perché ho paura di scoprire che sia falsa. Israele: rabbino fa lapidare un cane – L’accusa: «E’ la reincarnazione di un avvocato miscredente».

Robe da nerd. “No Wonder I’ve Been Driving in Circles”:

Allora qualche speranza c’è davvero. (via Rocca) In Svizzera è nato un partito politico contro PowerPoint, e i danni che provoca all’economia, per dare rappresentanza politica ai derelitti e agli indifesi del mondo obbligati a sopportare le noiosissime presentazioni PowerPoint:

Cattivo umore. Scontro Telese-Brunetta. Ancora non ho capito perché l’ho guardato tutto.

Videogiochi. L’avreste detto? Il mercato è pesantamente in crescita (10% rispetto all’anno scorso). Davvero una sorpresa.

Faber Castell. IlPost pubblica una galleria fotografica imperdibile:

Agcom. Sulla questione il pezzo migliore è, manco a dirlo, di Juan Carlos De Martin. Ma forse l’avete già letto.

Marco

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luglio 10, 2011 at 17:44

Pubblicato su Attualità, Suggerimenti

Ancora pubblicità dal Ministero dell’Istruzione

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La massiccia distribuzione a tutti gli studenti italiani delle superiori – da parte del Ministero dell’Istruzione – della carta IoStudio, un oggetto che non serve a nulla (gli sconti nei musei te li fanno lo stesso, basta far vedere la carta d’identità), si conferma come un’operazione pubblicitaria.

Dopo l’invio, nello scorso novembre, di pubblicità di operatori telefonici (Tim, Wind, Vodafone), in questi giorni il Ministero sta inviando via mail agli studenti italiani una mail promuovendo Toshiba (questo link).

Il sito esterno a cui il Ministero invia il traffico si chiama “laboratoriocreativostudentesco.it” ed è intestato a una piccola società in accomandita semplice di Salerno, EMIS Sas, nata con un conferimento di 2000 euro. Il responsabile è Marco Langella, sul cui profilo LinkedIn troviamo scritto “Consulente Comunicazione Ministero della Pubblica Istruzione – Direzione Generale dello Studente”. Bisognerebbe chiedere a Toshiba le modalità attraverso le quali si è concretizzata questa collaborazione.

Marco

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luglio 9, 2011 at 14:54

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“L’importante è la salute” – dice la nonna

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Ho scoperto ieri che in Italia, se gestisti una società, devi pagare 3000 euro annui di INPS anche se lavori gratis e prendi 0 euro. Geniale, no? Altro che progressività della tassazione. E intanto l’unica cosa che il Ministro della Semplificazione (Calderoli) ha fatto è dare fuoco, in una caserma, a delle montagne di fogli di carta con leggi sopra. Tenendo in mano un’ascia! Ci sarebbe da incazzarsi, ma non vale la pena. Quello che conta è la salute. Ed è l’unica cosa che ci è rimasta.

Marco

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giugno 30, 2011 at 16:10

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Ieri a Milano pioveva

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Ieri è stato deciso che Nova24 – l’allegato del Sole24Ore che ogni giovedì parlava di scienza, università, impatto dell’Innovazione sulla società e Internet – non ci sarà più, o comunque non sarà più la stessa cosa.

Io sono cresciuto, letteralmente, con Nova. E se sono così, lo sono anche per Nova. Mi ricordo ancora il litigio con i miei genitori perché (credo nel 2004) non mi avevano portato allo SMAU ad ascoltare Luca De Biase e Alfredo Cazzola, se ricordo bene, presentare il nuovo allegato. Ero un ragazzino di 14 anni che da solo allo SMAU aveva timore ad andarci.

Nova era una di quelle cose per cui telefonare il giovedì dall’estero pregando parenti e amici di tenerti da parte il Sole. Nova era una di quelle cose per cui valeva la pena, dopo un giovedì incasinatissimo, andare fino in piazza Duomo prima di cena, perché lì le edicole chiudono tardi.

Ogni mio portafogli è stato pieno di ritagli da “Il motto perpetuo” o dal “Breviario dell’innovazione” di Andrea Bonaccorsi.

Il perché Nova fosse unico è estremamente semplice: a) Il taglio editoriale “impatto dell’Innovazione sulla società”, anche detto “la scienza delle conseguenze” b) La qualità altissima dei pezzi, e della scelta redazionale dei contenuti.

Quelli che parlavano di Nova come un settimanale “di tecnologia” erano sempre gli stessi che in realtà non ne avevamo mai letto neanche un numero.

Uno dei due motivi per cui Nova cambierà è che il nuovo direttore del Sole24Ore vuole focalizzarsi sui cavalli di battaglia tradizionali del quotidiano (economia e business). Beh ecco: il nuovo direttore sappia che io ad esempio, se mi sono iscritto a Economia, è certamente anche per aver letto Nova per molti anni. E vi assicuro che non è necessario aver letto Schumpeter e sapere cosa sia il “medio-lungo periodo” per capire perché Nova avesse una fortissima anima economica.

De Biase nel suo post dice che bisogna accettare i cambiamenti e guardarli con speranza. Bah, può darsi. Io so solo che potrò anche accettare i cambiamenti, ma che la tristezza non me la toglie nessuno.

Marco De Rossi

Written by Marco

giugno 8, 2011 at 12:51

Pubblicato su Attualità

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