Poteva andar peggio: poteva piovere

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Archive for the ‘Racconti’ Category

Se una notte d’inverno Marco ha la febbre

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Oggi avevo quasi trentanove di febbre. Questa la missiva che ho ricevuto da Alessandro, amico, coautore di questo blog e lettore di Calvino (nel caso non si fosse capito). Marco

Chiudi il computer, sdraiati, bevi un the, stai per iniziare il nuovo libro di Italo Calvino. Forse ti stupirai di questo fatto, visto che Calvino è morto. Ma non devi, tranquillo, è solo un’allucinazione data dalla febbre. In realtà quello che stai leggendo è il nuovo libro di Federico Moccia “Ho voglia di the”, un dramma adolescenziale a base di the verde del Darjeeling. No, il vapore del tuo the ti confonde, non è nemmeno Moccia. Non sarà forse il nuovo giallo di Camilleri? “Tutti pazzi per Montalbano”. Sì, è certamente quello: un omicidio, un accento siculo che vibra nell’aria e quella tipica scrittura da vecchio fumatore. Ancora una volta, però, il fumo del tuo infuso ti annebbia la mente. Non stai odorando il fumo delle sigarette di Camilleri, no. Stai leggendo il nuovo malloppazzo (sic nel retro di copertina) di Dan Brown. Vedi congiure ovunque, pensi che il the che stai bevendo è in realtà il misterioso the dell’apocalisse portato dai Maya per distruggere il papa con una bomba atomica di ultima generazione che non era ancora stata inventata all’epoca dei Maya. Forse la persona che hai di fronte a te è Maria Maddalena? No, è tua madre, quindi non è Dan Brown quello che hai in mano.

Ma allora cos’è? Che sia davvero Italo Calvino? No, non può essere. Si, forse è lui, è solo rilegato in maniera diversa. Eh, quelli degli Oscar fanno il restyling. Ma che romanzo è? Ma è un romanzo? Ma quello che mi sta guardando allo specchio sono davvero io? Io, Marco De Rossi. Si, dai, con quei capelli ricci, gli occhi chiari. No, ma aspetta, i baffi io non li ho mai avuti, e quel monosopracciglio non mi è per niente familiare. Marco, davvero sei tu, guarda bene, dietro quel naso enorme, sei tu. Non ti ricordi? L’operazione al viso per assomigliare a Groucho? Ah già, sono io. Ma ne sei sicuro? Ma poi tu chi sei? Chi sono io? Io? Dovresti preoccuparti più del fatto che stai parlando da solo da circa una ventina di righe. Non importa chi sono, ma in questo momento sta andando il dvd di Matrix, quindi devi scegliere, pillola rossa o blu, non mi ricordo quale delle due fa dimenticare e quale no, ma tu provane una. No, non spegnere la tv. Non puoi spegnerla, lei ritorna sempre accesa. Domandati infatti chi l’abbia accesa. Sono stato forse io? No, e tu invece? Marco, Marco?

Ricominciamo da capo. Spegni il computer, sdraiati, bevi un caffè. Stai per cominciare il nuovo romanzo rosa di Lucia Annunziata. Ma lei è una giornalista. Bravo Marco, vedi che la febbre non ti ha ancora abbattuto del tutto. Ma, mi dispiace contraddirti, Lucia Annunziata in questo mondo ha scritto un romanzo rosa: “A me mi piace di qualidà”. In questo mondo? Si, Marco, in questo mondo. Nel tuo e nel mio mondo. Dove tutto può accadere. Benvenuto a Eurodisney, dove i sogni si avverano. No, scherzo, non sei a Disneyland. La realtà è molto peggiore! Già, perché sei allucinato, hai la febbre, vedi doppio e parli da solo da qualche minuto. Io sono qui, qui nella tua testa e tu dove sei, Marco?

Alessandro Cane

Scritto da Alessandro

gennaio 29, 2012 alle 22:31

Pubblicato in Attualità, Racconti

Lettere dal fronte

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Caro Marco, 

come procede? Todo bien? Ieri sono stato a Trieste, bellissima città, mi sono sentito un po’ Zeno, e ho tentato di smettere di fumare, e sono stato in una clinica per qualche ora, poi ho corrotto l’infermiera con il brandy e sono uscito. Poi, mi sono sentito un po’ Saba e quindi ho cercato di parlare con una capra dal volto semita, mi hanno scambiato per un pazzo e mi hanno ricoverato in una clinica per qualche ora, ho corrotto l’infermiera con il gin e sono fuggito. Poi mi sono sentito Joyce in vacanza e ho provato a tenere una conferenza nel Palazzo della Borsa come fece lui nel 1907, ma mi hanno scambiato per un terrorista slavo e mi hanno rinchiuso in cella, ma ho corrotto l’infermiera, anche qui casualmente c’era un’infermiera, con un cognac. Insomma, è stata una giornata intensa, e adesso sono a Udine e mi sento Ippolito Nievo e mi sto confessando davanti a tutti gli italiani, anche se un’infermiera ubriaca mi fa notare che l’italiano era lui, e non gli altri!

A presto

Alessandro

Scritto da Alessandro

febbraio 19, 2011 alle 13:11

Pubblicato in Racconti

La statistica (per chi suona la campana di Gauss)

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Prima di studiarla credevo che la migliore frase sulla materia fosse: “Uno studioso di statistica è un uomo che quando sale su un aereo, ci sale sempre con una bomba perché è statisticamente impossibile che ci siano due bombe sullo stesso aereo”.

Adesso, dopo mesi di studio, ho capito che la statistica è un kit di strumenti (scientifici a metà tra una cartomante di Brera e un editoriale di Alberoni) basato sull’assurda pretesa che tutto, a questo mondo, segua una distribuzione normale – di Gauss.

Un po’ come creare una biologia basata sul fatto che la clorofilla sia blu, una logica fondata sul a ≠ a o un’ingegneria fondata su una gravitazionalità negativa. Roba buona, senza dubbio. Ma utile per altri mondi. Un ottimo passo per aumentare l’export di brevetti interplanetari. Per migliorare la nostra bilancia commerciale vendendo sistemi teorici agli zii paterni di E.T.

Detto questo sono un tipo tranquillo, e me ne tornerò a studiare. Dopo tutto cose come radice quadrata di “-1″ o le geometrie non euclidee mi hanno sempre affascinato. E quindi mi metto l’anima in pace: se riesco a pensare che tra due punti passino infinite rette, e se per mesi (qualche anno fa) ho sognato di correre nudo tra le colline del paesaggio di Riemann, non vedo perché diamine non potrei sopportare, anche solo per mezzora, che tutto a questo mondo segua una distribuzione normale. Diamo una suonatina a questa campana di Gauss e continuiamo a giocare.

(Se qualcuno che ne capisce di statistica volesse correggermi o offendersi, sappia che sto scherzando, e che facendo così non fa altro che alimentare lo stereotipo da bacio perugina statistica<–>persone coi capelli grigi senza humor. Uomo avvisato, mezzo salvato { e se non mezzo, diciamo al 45% con media 12, deviazione standard di 3 e livello di significatività al 5% con n-3 gradi di libertà } ). Insomma: viva Gauss, con scappellamento a destra!

Marco

Scritto da Marco

gennaio 3, 2011 alle 01:27

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La leggenda del rivoluzionario salvato da Leocrema

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Una storia vera sugli scontri di oggi in Piazza Scala a Milano, con tanto di fastidiosa morale alla fine. Nessuno se la prenda. E nessuno generalizzi.

La rivoluzione è prima di tutto una questione di look. Per farsi notare e mandare il giusto messaggio politico, bisogna essere vestiti giusti. Anzi, “gggiusti”. Con la tenuta da rivoltoso. Mai sia che un poliziotto o un passante ti scambi, a causa del tuo abbigliamento comune, per un normale cittadino! Sarebbe un intero pomeriggio di rivoluzione sprecato! Come fare la coda alle Poste e poi, arrivato il proprio turno, andarsene a casa.
Per evitare incidenti simili, non bisogna sgarrare. Ci vuole serietà. Ci vuole l’uniforme. Una tenuta da battaglia scura, underground e finto casual.
“Pronto? Sono io. Senti, sto andando direttamente a pranzo dalla nonna e non passo da casa. Mi porti le cose che mi mancano per il presidio di oggi pomeriggio? Mi servono le scarpe da montagna. No no, non quelle. Quelle proprio da neve. Sì, ecco. E poi anche il casco. Quello senza visiera. Guanti e cappello, naturalmente. Le scarpe non metterle direttamente nello zaino, usa anche un sacchetto. Grazie mille, a dopo”.
Eh sì, non sta certo bene andare alla rivoluzione con lo zainetto sporco. La sporcizia deve stare fuori dallo zainetto, e in quantità opportuna, non certo dentro. Lì nessuno la vede. L’utilità del casco-scudo mi è ben nota. Quella delle scarpe da Everest alte trenta centimetri, visto che Piazza Scala non è il K2, un po’ meno. Vi racconteranno che sono utili perché sono rinforzate. Utili per pararsi da calci e manganellate. Tutto in effetti così si spiega. Siamo già andati in Russia con le scarpe di cartone, vediamo di non commettere lo stesso errore. Alla Prima della Scala, andiamoci con le scarpe giuste. Rinforzate.
A pranzo, mentre la nonna racconta che ai suoi tempi tutti gli uomini erano dei galantuomini (e nessuno diceva parolacce), si parla di riforma universitaria.
Il rivoluzionario di professione la riforma mica la conosce. Certamente ne ha sentito parlare. Non ha però ben chiaro il perché lui stesso ne è contrario. “E comunque io non sono mai andato in piazza per protestare, nello specifico, contro la riforma!” – dice, ignorando che la stragrande maggioranza delle proteste di strada degli ultimi 12 giorni, con l’eccezione di molte occupazioni scolastiche focalizzate sui tagli (e quindi sulla finanziaria), erano proteste contro la riforma.
Ma d’altronde, se questa riforma è sbagliata, è sbagliata. No? Non fa una grinza. Il perché, nello specifico, diventa un inutile dettaglio. Spiegarlo – a saperlo fare – impiegherebbe almeno mezzora. E la rivoluzione non può aspettare.
Dopo il caffè l’appuntamento in Piazza si avvicina. Ecco la vestizione del cavaliere. Si mettono insieme i pezzi. Dalle scarpe da Everest alla kefiah che – non vi sappiamo dire il perché – questa volta in realtà manca. Forse tornerà di moda per la collezione rivoluzione-primavera 2011. Io, almeno, lo spero.
Ed ecco che si scopre il danno. Diamine. Guardandosi allo specchio, il rivoluzionario si rende conto di avere il naso screpolato. Sul lato sinistro, se ricordo bene. Tragedia: e se la polizia non lo prendesse sul serio? No problem, è fortunato: si trova nel luogo giusto. A casa di mia nonna: la patria della Leocrema. Fiuuh… Pericolo scampato. Rivoluzione salvata. L’inventore di Leocrema, tutto sommato, era un vero compagno.

Dopo essersi applicato la crema, l’eroe parte, ci lascia. Per non far preoccupare la nonna, le dice che quel “Speriamo di non prenderle” era riferito alla neve. Se la nonna ci ha creduto, in effetti, è un problema tutto suo.
Io gli sto per dire di tornare con lo scudo, o sopra di esso, ma poi mi rendo conto di non avergli portato nessuno scudo. Anche io, tutto sommato, ho le mie colpe.

Io, oggi nella parte sexy di Andromaca, aspetto sue notizie da casa. Iniziano a venir fuori le prime foto. Sito del Corriere, sito di Repubblica. Lui è in prima fila. Occhi scoperti, ma per il resto, ben nascosto. E al contempo ben riconoscibile. Ottimo! A dieci centimetri ecco i poliziotti, che non sembrano volerlo interrogare sulla riforma. In altre foto ci sono contatti diretti tra il nostro rivoluzionario e le forze dell’ordine. Lui è perfetto, abbigliamento impeccabile. Magnifico! Cavolo, penso orgoglioso: quello l’ho vestito io! Ed è riuscito a finire in primo piano nelle gallerie fotografiche dei principali giornali. Ripeto: magnifico! Peccato solo che abbia il naso coperto e i flash delle Canon non possano mettere in evidenza l’ottimo lavoro della Leocrema. La nonna ne sarebbe stata così orgogliosa!
Poi partono i flash d’agenzia che parlano di feriti. E sommando questo alle foto del rivoluzionario in prima fila impegnato in contatti fisici diretti, beh, mi preoccupo.

Nessun problema. Ho fatto male a preoccuparmi. Gli scontri fotografati forse facevano parte della kermesse. Una variazione improvvisata sulle Valchirie. Una telefonata mezzora dopo, e so che sta bene. Nessuna ferita. La rivoluzione è andata bene. E si inizia a pensare alla prossima perché, si sa, la rivoluzione non dorme mai. Andromaca questa volta rivedrà il suo Ettore, e sarà grazie a Leocrema.

[Morale scontata] Scherzi a parte. In questo post non mi voglio prendere gioco di nessuno. Nè di mio fratello, a cui voglio un bene dell’anima (oserei dire: un bene quasi fraterno). Nè degli altri manifestanti. E ancora meno degli eroici immigrati di via Imbonati che oggi erano lì. Voglio solo dire che secondo me il manifestare, insieme al diritto di sciopero, sono le cose più importanti che abbiamo. Sono esplosioni serene di democrazia. Sono più che sacrosante. Anche la rivoluzione, tutto sommato, è una cosa seria.
Cerchiamo di esercitare questi diritti, e di giustamente farci sentire, soltanto quando siamo ultra-informati, e quando siamo veramente convinti, in seguito a una valutazione analitica, della negatività di quello contro cui stiamo protestando. Non sto parlando certo della gente di via Imbonati, e mi riferisco più alle manifestazioni di settimana scorsa che al presidio di oggi di piazza della Scala.
Perché fare così? Perché facendo altrimenti, avvantaggiamo il nemico. Gli diamo ragione. Viviamo in superficie, facendo il gioco di Berlusconi. E della Gelmini.
L’importante non è finire in prima pagina di Repubblica Milano. L’importante è ottenere risultati, soldi per la cultura, per la scuola, e una riforma migliore.
Se settimana scorsa avessimo protestato urlando “La riforma ha alcune criticità positive, migliorate il resto, altrimenti bloccheremo tutto” invece di “Fa tutto schifo”, avremmo avuto un impatto migliore, sia sull’opinione pubblica, sia forse sull’azione legislativa. Solo così verremo presi sul serio: essendo ultra-informati, conoscendo quasi a memoria la riforma, precisi anatomicamente nelle critiche, e coordinati nella sostanza. La soluzione, nel mondo vero, purtroppo non è Leocrema.

Marco

Scritto da Marco

dicembre 7, 2010 alle 21:26

Pubblicato in Attualità, Racconti

La Commedia a New York / Parte seconda

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Qui trovate il post con la prima parte delle avventure dantesche di Alessandro a New York.


Disposto a salire a le stelle ad uptown mi rivolgei, dove incontrai lo due nostri amici che, nel voler lo Guggenheim, fin su la 89th mi condussero, ma sì tardi era che lo museo di rotondo aspetto già chiuso avea. Lo calar de la sfera che tutte le umane schiatte illumina lo vedemmo nel parco sul bordo del lago di celestial nome, Jaqueline Kennedy Onassis Reservoir. Mi ritrovai ad essere in ritardo per la cena e nel mal cogitar di affrettarmi, salii su un taxi, che del tanto correr è famoso. Ma per cagion della sessione ONU bloccato nel traffico mi ritrovai e abbandonato tal mezzo saettai nella metropolitana fino al giunger a destinazione a un ristorante coreano che di gran cibo ci caricò. Tutta esta gente che piangendo canta | per seguitar la gola oltra misura, | in fame e ‘n sete qui si rifà santa. Nel tardo tenebrar de la sera nell’ebreo locale di kitsch arredo giungemmo, e poscia in un pub di irlandese memoria non lontano che, per multa et magna folla presente, ugual rimane e nulla appare cambiato.

Nel pomeriggio de lo giorno che l’umana gente chiama Sabato sullo mar Atlantico affrontai l’avvenir. A Conney Island sbarcai e di gran lungo viaggio in metro serbo ancora il ricordo. E lì, come disse lo poeta gagliardo, Sempre la confusion de le persone | principio fu del mal de la cittade! A riempir la spiaggia di persone centinaia erano, intente nel combinar lo passatempo del bagno e del Luna Park, a vedere di genti che sparavan con fucili a vernice contro umani esseri che fuggir cercavan.

Nel santo giorno del riposo mai lasciai le sacre sponde di Brooklyn, che liberamente vive e meravigliosamente respira. Nel mattin che beato sboccia il museo di cotal quartiere io affrontai con gli amici gagliardi e visitar fu dolce nel perder la retta via ne lo museo, e conobbi la bella persona di Vincent, nel cammin di nostra vita ei si trovava e con lo suo amato fidanzato a visitar per lo museo andava, ond’io a parlar con ei fui preso e a visitar la mostra di moderno artista andai, Abdi Farah lo artista si chiamava e di gran tecnica ei fu famoso. O somma sapienza, quanta è l’arte | che mostri in cielo, in terra e nel mal mondo. La sera inifin a calcetto giocammo con Trevis, un portoricano di Brooklyn che si intendea di quello giuoco di mano e di rullar. L’amor che move il sole e l’altre stelle mi concesse così di terminar la settimana.

Nel nebuloso dì del lunedì lo tempo magnanimo non fu! Nel mio disperar più tetro vagai sanza meta pe una terra oscura, di gran grigiume la cittade fu coperta e da lo cielo a catinel piovea. Destin volle che alla scoperta di un raro et nascosto museo io giungessi, il Rubin Museum. È museo che di arte tibetana e nepalese ha fatto incetta, grandi opere di colui che sempre il sorriso tiene, Buddha da lo sguardo vuoto.

In sul fare del meridio, dopo che il visitar mi fu caro, la mission d’importanza tal fu lo ritrovamento di una maglia che lo mio giovane fratel desiderava ardentemente. Da hockey ella fu di dimension tal che significar per verba non si poria. Ma nel mio trasumanar da negozio all’altro non fui fortunato. Ché perder tempo a chi più sa più spiace e così a man vuota tornai a lo mio rifugio. Assistei a curioso caso di una signora che nell’entrare nel locale che il caffè mescea con acqua, Starbucks, signora che già fasciata a la testa con tante bende, cadde scivolando su una pozza d’acqua e rovinando a terra con tutte le scope del negozio, gran dolor tal che volean chiamare colei che di gran rumore fa e di lampeggiar s’ammira il rosso color.
Nel seguitar a raccontare li giorni si fanno confusi e la memoria mia ignavia e pigra si lascia trasportar da correnti che lei sola sa assecondar. Ma con picciolo sforzo di mente il mio narrar si fa cauto e attento nel tentar di svelar a voi la verità del mio vagar!
Sul tardo venire de la sera alla strada di Bleecker giungemmo per assaporar lo sanguigno sapore de lo hamburger, che gran forza pone e gagliarda virilità impone. Con fatica di stomaco a proseguir a piedi pella via maestra andammo fino a ritrovo di musica dal vivo raggiungemmo lì uno biondo cantante si dilettava con il suonar la chitarra che di strimpellar poco avea, ma di bravura eccelsa ei fu e nel divertimento fu assicurato lo cammino… Nel rietrar ne lo rifugio nostro fin a Union Square i nostri piedi ci portaron, colà la piacevol vision di skater e ciclisti di peripezie e perizie mirammo e nel tardo finir de lo dì a dormir giunsi, ma sul dormir non proseguo, ché voler ciò udire è poca la voglia.

Alessandro

Scritto da Alessandro

dicembre 7, 2010 alle 19:16

Pubblicato in Racconti

La Commedia a New York / Parte prima

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Dopo aver girato in lungo e largo per Brooklyn in una bella mattina assolata, mi sono ritrovato in una selva un tempo oscura, ma a causa della tempesta di qualche giorno fa, completamente rasa al suolo: alberi crollati, rami spezzati, cespugli divelti. Fort Greene Park, la cui dritta via era smarrita, era un gran caos, rossi diavoli con caschi fosforescenti erano occupati a smantellare il parco dalle rovine dell’antica selva.
Nel disio del tempo passato, percorsi Clark Street e lungo il fiume mi ritrovai, da dove osservai la ormai nota vista di Manhattan con le sue balze e i suoi monti, o meglio coi suoi palazzi. Raggiunsi poi il nuovo parco, Brooklyn Bridge Park, con vista ancora più desiderabile. Lungo un percorso impervio mi spinsi con i crudeli diavoli che dal cul fecer trombetta e attraversai DUMBO. Con fervido calor e disio mi soffermai in un caffè, dove tra una bevanda e un’altra, la dolce pulzella di cameriera mi scambiò per un giovin signore che di moda capisce, che di moda ci vive. E con voluttuosa calma, la rassicurai: non di moda mi occupo, ma d’amor io vivo!
Attraversando poi il ponte di lunghi sospiri uscii a riveder Manhattan percorrendola in lungo e in largo per trovar purificazione dettata da Catone; a Tribeca trovai un J. Crew a noi sconosciuto, di picciola dimensione, ma di gran gusto. Giunsi poi a Soho, dove con grida terribili l’antico demone urlò a me: “Or se’ giunta, anima fella! Da Apple ti soffermerai!”. Avanzando nel cammino impervio e dissestato dritto dritto a Union Square arrivai, dopo lunga pausa in libreria, girai tra il mercato ortofrutticolo, dove assaporai il dolce profumo de lo frutto proibito! Tre pesche azzannai e infin la bocca sollevai dal fiero pasto, io peccator!
Il seguente giorno, assaporando la fresca aria di Queens in parco di sculture mi cacciai, e poi con far maldestro trapassai lo fiume, giungendo al Parco Centrale su la cui collina mi assopii. Nel pomeriggio ormai tardo, su Park Avenue, l’invasion dei rossi ci colpì al cuore. Centinaia di cinesi persone in attesa del lor signor sventolavan bandiere rosse in onor suo. Grande trepidazione tra coloro che del comune han fatto religio, ma io li superai senza disprezzo e senza affezion.
Proseguii ancora raggiungendo Madison Square Park e già era ‘l sole a l’orizzonte giunto quando incontrai lo vecchio mio padre, che a mangiar bistecca mi portò. Sul finir della cena un sentor di malessere si fece avanti nel mio intimo e con forza inaudita raggiunsi il sacro rifugio, dove trovai sollievo soltanto nel rimetter ciò che avevo mangiato. Oh vana gloria de l’umane posse! Credei di resister di fronte a la carne, ma ora l’insalata ebbe il suo grido! Superai una notte di visionario terrore, di freddo dolor, che nulla spero di ricordare. Diverse lingue, orribili favelle, parole di dolore, accenti d’ira, voci alte e fioche, e suon di man con elle facevano un tumulto, il qual s’aggira, sempre in quell’aura sanza tempo tinta, come la rena quando turbo spira. Non conosco la cagion di questo male, ma ormai superato è stato il dolore!
Nel giorno, che “ieri” chiamiamo, un sentiero intralciato trovai: la 53Th e la 5Ave, bloccate erano per l’arrivo de lo presidente Obama, degno di memoria è questo santo nome. Così a seguir di tempo, mirai colui con quella spada in mano, che vien dinanzi come sire, un passaggio di auto immenso di polizia e FBI, attraversò la strada e dal finestrino dell’ufficial vascello, una mano salutò la plaudente folla. “Mira colui con quella spada in mano, che vien dinanzi come sire, Obama!!” gridò la folla!
Nel tardo iniziar de lo giorno seguente, proseguii la mia avventura in landa a me conosciuta, desolata a mio parer in quel dì di festa. A DUMBO iniziar dovea lo festival d’arte contemporanea, ma con dispiacer e dolor il seguente giorno prese inizio, e in quella trista giornata di umida atmosfera il mio girovagar fu afflitto e poco fino. ma “per correr miglior acque alza le vele ormai la navicella del mio ingegno”. Dopo un pranzo di cibo organico, minestra di pollo, panino al tacchino e pomodori bagnato con succo di pura mela, mi rivolsi all’isola che il cielo gratta e al New Museum andai. Di bianco candore grigio si ergea quello su la Bowery. Ma di mostre veder potei sol una, le altre colui che le mostre allestisce chiuse avea per preparazione. Ahi quanto a dir qual era è cosa dura esta mostra selvaggia e aspra e forte che nel pensier rinova la paura! Esta era di tal Brion Gyson, artista e poeta di umane sorti, che nel mondo pose lo suo pennello per stilare complesso disegno di arabesco stile, di poesia greve.
La Commedia continua…

Alessandro

Scritto da Alessandro

novembre 7, 2010 alle 15:59

Pubblicato in Racconti

Poteva andare peggio

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Abbassarsi a tanto per poter affermare la propria indipendenza di fronte a un grigio mattino d’inverno. Posso io confessare la mia necessità di una fuga o di un esilio volontario da me stesso? Mi invento storie per non vedere cosa accade nella mia vita, per non accettare la mia vita. Una fuga dalla realtà quotidiana con un semplice gesto, ma invero mi ritrovo sempre più invischiato nel mio mondo. Mi soffermo a riflettere tristemente sulla mia esistenza. Da quando Maria ha deciso che era più producente rivolgere il suo amore e il suo altruismo verso un essere meno abbietto di me, le mie giornate sono contraddistinte dal peso dell’attesa. Mi potreste domandare cosa io stia attendendo con tanta impazienza, ma la mia risposta sarebbe confusa e senza un senso specifico dal momento che l’attesa che mi dilania e mi distrugge è astratta e mentale. Sono sdraiato su un divano logoro con la speranza che un giorno il soffitto possa crollare sul mio corpo inerme schiacciandomi e liberandomi da un peso spirituale che non dà segnali di tregua. Ah, codardo, sono un codardo.

Suonano alla porta, al diavolo, che vadano al diavolo, io non apro, non ho la forza. Un momento, ma se fosse per caso Maria? Maria! Sicuramente è Maria, me lo sento. Con fatica mi alzo, le gambe mi sorreggono a stento e incespicando cerco di raggiungere la porta. Suonano ancora. Maria, arrivo, amore mio, arrivo! Inciampo, cado. Sono scivolato su quel tappeto comprato da Maria, quando ancora credeva nella bellezza del mio essere. Maledetto tappeto! Dannata Maria! Arrivo amore! Ah, quale orrore mi colse quando il campanello non suonò più. Devo rialzarmi, devo assolutamente rialzarmi. Non posso, non riesco. Il mio corpo non risponde agli stimoli del mio cervello. Sono paralizzato. Morirò! Ah, infame destino, mi hai tolto tutto. Maria se n’è andata, non suonano più. Lentamente deperirò. Morirò come una bestia selvaggia accasciata a terra su un tappeto. Sono un animale, e non mi è concesso morire come un essere umano.

Quale magnifica sensazione. Non sono più un uomo! La mia metamorfosi è completa: sono fuggito dal mondo degli uomini, mi sono abbandonato in un letargo lontano dalle umane passioni e infine sto morendo come un animale, nel mio rifugio, accucciato per terra, solo. Lasciatemi, non merito la vostra compassione, non merito alcun rimprovero. Io non sono più voi, io non devo più scegliere. È condizione e caratteristica umana la scelta, il bivio che in ogni situazione ci spinge ad agire in una determinata maniera, quell’angosciante bivio che mi ha terrorizzato per tutta la mia vita. Io non ho scelto come morire, sto morendo perché deve accadere.

Un’ora, è passata solo un’ora. Sono ancora bloccato a terra. Un prurito alla coscia mi sta infastidendo terribilmente. Ah, un fastidio intollerabile! Devo assolutamente fare qualcosa per alleviare questo tormento: sposto il braccio lungo la coscia e mi gratto. Un piacere, una soddisfazione mai provata mi coglie con ardore e mi frastorna la mente. Un po’ più in alto, ecco, ecco, ho trovato il punto! Quale piacere incommensurabile. Mai come in quel momento il desiderio di vivere si è fatto più forte. Voglio tornare alla vita, uscire, vedere il sole, Maria, la dolce e tenera Maria.

Ho mosso il braccio! Non sono davvero paralizzato, non sto morendo! Non sto morendo, grida il mio corpo inerme! Non stai morendo corpo mio, grido con tutta la forza che ho nei polmoni. Balzo in piedi, afferro il mio cappello da passeggio, corro verso la porta. La apro e sono libero! Aria!

Infelice la sorte umana, nel momento del successo, della gioia e della libertà, il destino non concede tregua, prende i suoi spazi, distrugge ogni attimo di liberazione. Corro fuori, scivolo sullo zerbino e cado dalle scale. In un soffio la mia anima è tornata a me e nuovamente si è allontanata, per sempre. Volo sopra il Mondo, osservo le umane genti soffrire, disperarsi e io lontano mi libro salvo e senza colpe. Cado con un tonfo sordo, lentamente la mia vita termina. Maria, ecco Maria. La vedo con i miei occhi, la bacio, le dico parole che mai avrei detto a quella donna. Lei mi sorride, sospira, mi prende per mano e mi porta lontano…. Aria!

Scritto da Alessandro

settembre 29, 2010 alle 07:28

Pubblicato in Racconti

Helsinki-Tallinn, pirati e imprenditori

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Sullo specchio d’acqua che divide Finlandia ed Estonia c’è un traghetto a dieci piani con tanto di supermercato per chi non riesce a stare cinquanta minuti senza fare la spesa. Nella sala conferenze – che per un problema di aerazione sa distintamente di fogna – c’è un gruppo di business man del mondo della telefonia. Per coinvolgerli in un gioco di gruppo imprenditoriale vengono chiamati degli animatori che si travestono da personaggi di Pirati dei Caraibi. Tra una chiaccherata e l’altra questi imprenditori (si va dal finlandese, all’indiano, al texano) devono colpire con dei pupazzi volanti i finti pirati. Per concludere bene i propri business meeting, evidentemente, questi uomini di mezza età devono ricaricarsi lanciando oggetti. La bella Elisabetta Turner, manco a dirlo, è interpretata da uomo pelato largo due metri. Sul ponte della nave un gruppo di ragazze americane e un giornalista inglese ballano ubriachi senza sentire la temperatura siberiana. Beh, cosa scegliereste? Supermercato, tempesta o pirati?

Scritto da Marco

settembre 28, 2010 alle 20:06

Pubblicato in Racconti

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